In un futuro non troppo lontano - almeno secondo uno studio della Haworth - gli uffici e, più in generale, i luoghi di lavoro saranno organici e mutevoli. Grazie all’utilizzo di sensori biometrici e di presenza saranno misurati il battito cardiaco e le onde cerebrali di ogni impiegato, oltre che l’intensità della luce e la sua direzione, la qualità dell’aria, gli odori, la postura e il bisogno fisico di una pausa.

L’analisi continua di questo insieme di dati sarà in grado di fornire il personale stato d’animo di ogni impiegato e attivare un campanello d’allarme per riportare l’attenzione ai livelli standard.

Queste previsioni futuristiche si scontrano con una realtà decisamente diversa, che ci vede a contatto con ambienti di lavoro pericolosi per la nostra salute fisica e mentale. Non a caso, il 40% delle assenze dal posto di lavoro sono frutto di malattie e disturbi nati e sviluppatisi proprio sul luogo di lavoro.

La sindrome dell’impiegato è stata infatti riconosciuta come una vera e propria patologia, in alcuni casi addirittura limitanti per il normale svolgersi delle nostre vite. Vediamo se e come è possibile tutelarsi nei casi più comuni, anche nei confronti dell’INAIL.

Sindrome dell’impiegato: i disturbi più comuni

Sindrome del tunnel carpale

Se si lavora seduti ad una scrivania, è quasi impossibile ignorare l’intorpidimento e il formicolio (anche notturno) alla mano e al polso. Ed è quasi certo che il dolore acuto sia frutto della compressione o schiacciamento del nervo mediano, che si estende dall’avambraccio alla mano e che controlla i movimenti di tutte le dita escluso il mignolo.

Dolori a schiena/collo/spalle

I dolori all’apparato muscolo-scheletrico per chi lavora diverse ore al giorno, seduto ad una scrivania è ormai considerato normale. In realtà, non è affatto normale pensare di dover convivere giorno e notte con dolori lancinanti alla schiena o alla parte superiore della colonna vertebrale (collo e spalle).

Questi sono i primi frutti dell’abuso degli strumenti di lavoro e dell’assenza di accessori utili - come il poggiapolso e il poggiapiedi - ma anche legati all’eccesso di stress che produce tensione e irrigidimento di muscoli e tendini.

Ridurre questo tipo di problemi si può, con una serie di piccoli accorgimenti.

Ad esempio, cambiare spesso posizione sulla sedia durante le ore lavorative, cercare di spezzare la monotonia con lo svolgimento di alcune funzioni in movimento o in piedi, approfittare di ogni singola pausa per sgranchire le gambe e sciogliere i muscoli in tensione, preferendo una pausa lunga ogni due ore invece di piccole pause di continuo.

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Affaticamento visivo

Che ci si trovi davanti a un terminale o si abbia a che fare con scartoffie, la lacrimazione e il bruciore agli occhi non si possono proprio evitare: vuoi per lo sforzo, vuoi per le condizioni di temperatura e umidità all’interno del locale.

Questi primi sintomi possono peggiorare fino a dar vita a un mal di testa limitante (cefalea) o all’annebbiamento della vista (soprattutto in caso di eccessiva illuminazione del luogo di lavoro).

La soluzione migliore in questi casi comporta il riposizionamento del piano da lavoro in modo che sia illuminato in modo uniforme, senza che la luce arrivi sul viso ed evitando il riflesso dei raggi sui terminali. Ma anche chiudere gli occhi ogni 20 minuti circa per almeno un minuto e distogliere lo sguardo dal monitor per almeno 10 secondi di tanto in tanto, guardando “il nulla”, sono esercizi che aiutano la normalizzazione della lubrificazione degli occhi. In alternativa, o se espressamente richiesto dall’oculista, si può scegliere di utilizzare un collirio per accelerare il processo.

Malessere uditivo e termico

Anche in un ambiente di lavoro apparentemente silenzioso, si può soffrire di fastidi e disturbi all’udito, perché alle orecchie per stressarsi basta poco: il tipo di lavoro che si svolge, il grado personale di sensibilità e la stanchezza accumulata sono i tre fattori che influiscono sulla trasformazione di un semplice fastidio in un dolore intenso e insopportabile.

Sotto accusa soprattutto gli open space che, con il loro misto di rumori (stampanti, telefoni, vocìo, ecc.) arrivano addirittura a ridurre i livelli di produttività personale. Altro tipo di malessere spesso presente negli impiegati è quello legato al fattore termico e all’umidità dell’ambiente di lavoro. L’ideale sarebbe una temperatura tra i 20 e i 22 gradi, sia in estate che in inverno, anche per evitare aria pesante e sbalzi di temperatura tra interno ed esterno.

La malattia professionale e l’INAIL

Le malattie contratte sul luogo di lavoro e durante l’attività lavorativa, possono essere riconosciute come malattie professionali (o tecnopatie) dalla legge italiana se causano “un danno lento e progressivo sull’organismo e [...] se in grado di produrre l’infermità in modo esclusivo o prevalente”, come specificato sul sito dell’INAIL. Ma la tutela ad oggi non vale per tutti i lavoratori: solo i dipendenti pubblici e privati e alcune categorie di autonomi ne possono fruire.

Di fatto, la malattia è riconosciuta come tale se rientra in un elenco di malattie, se è stata presentata entro certi termini il certificato-denuncia del datore di lavoro e se la visita medica riconosce un’indennità.

Le malattie elencate dall’INAIL si dividono in tabellate e non: per le prime è anche specificato il periodo di indennizzo che il lavoratore può ricevere, mentre le seconde sono quelle - non riconosciute - di cui il lavoratore è riuscito a dimostrare il legame con l’attività professionale. Ad esempio, i disturbi da sovraccarico biomeccanico (malattie posturali, disturbi muscolo-scheletrici, problemi cervicali) sono non tabellate, ma è facilmente dimostrabile che il problema sia frutto dell’attività lavorativa e dei suoi movimenti ripetitivi e durevoli nel tempo.

Malattia professionale: obblighi del lavoratore e del datore di lavoro

Secondo quanto previsto dalla legge italiana, entro 15 giorni dalla comparsa della malattia, il medico o la struttura sanitaria che ha assistito il lavoratore deve consegnare all’INAIL il certificato medico che attesta la comparsa della malattia professionale (per via telematica).

Entro 5 giorni dalla consegna del certificato, il datore di lavoro deve presentare all’INAIL la denuncia della malattia professionale. In caso di denuncia mancata o ritardata sono previste sanzioni che vanno dai 258 ai 1.549 euro.

La denuncia telematica è accessibile ai datori di lavoro - o loro delegati - che possiedono una posizione assicurativa e può essere usata (al momento) per i lavoratori di industria, artigianato o terziario e Pubbliche Amministrazioni (ma solo in caso di rapporto assicurativo con l’INAIL).

Dopo aver ricevuto la documentazione relativa alla denuncia della malattia professionale, l’INAIL invita il lavoratore presso la propria sede per sottoporlo a visita medica e le eventuali prestazioni mediche e riabilitative necessarie saranno corrisposte anche se il datore di lavoro non risulta in regola con i contributi.

postato: Agosto 9, 2016